150 anni dopo il passaggio di Garibaldi per Tortora

Garibaldi a Tortora di Riccardo Finelli
 
Per riprendere il filo con Garibaldi però devi lasciare la marina e salire al paese vecchio, una lingua di case a stra­piombo su una falesia affilata come una lama, arrampicata circa sei chilometri all'interno, proprio nel punto in cui la Valle della Fiumarella si biforca in due gole. E fu da una di queste, da quella di destra per l'esattezza, che Garibaldi ga­loppò giù da Passo del Carro la mattina del 3 settembre.
A farti da Cicerone a Tortora è Michelangelo Pucci, inse­gnante di filosofia in pensione, conosciuto grazie a un sito Internet, che tiene aggiornatissimo, su storia e tradizioni lo­cali. Con il suo Borsalino inchiodato sulle ventitré, ti guida lungo il più stretto Corso Garibaldi del mondo, la stradiccio­la che taglia longitudinalmente Tortora fino alla punta della falesia, dimensionata al millimetro per farci passare un asino carico di due «cofani» (le gerle). E proprio in fondo al «cor­so» si trova il palazzo Melazzi-Lomonaco, che ospitò Gari­baldi per un pranzo veloce. La solita famiglia nobiliare che nel paese di turno si faceva campionessa di garibaldinismo.
Michelangelo ti spiega quello che in parte già sai.
«Garibaldi fin dal suo sbarco in Sicilia si appoggiò proprio a baroni e possidenti», ti dice, «perché in un sistema di fatto feudale, questi avevano il controllo fisico della gente. Pensi a quello che è successo a Tortora. Quella mattina si sapeva che Garibaldi sarebbe passato per il paese. Ai contadini la cosa però interessava ben poco. Sarebbero rimasti volentieri nei campi se le famiglie nobili di Tortora, primi fra tutti i Melaz­zi-Lomonaco, non li avessero letteralmente obbligati ad at­tendere l'arrivo del Generale e a festeggiarlo».
Non è propriamente un fan del Generale, Pucci. È solo uno studioso di storia locale che nel tempo si è fatto una sua idea precisa.
«Non credo avesse disegni diabolici», ti spiega mentre so­state nel bellissimo patio del palazzo. «Semplicemente era un avventuriero, uno a cui interessavano le imprese in sé e non tanto gli ideali di libertà e uguaglianza fra le genti. Sem­pre qua a Tortora si tramanda un episodio che dipinge bene il personaggio. Una volta giunto a palazzo domandò se tutte le famiglie baronali del luogo fossero lì presenti. Qualcuno fe­ce notare che il rappresentante di una di queste, Francesco Marsiglia, di nota fede borbonica, mancava. Lui infuriato diede ordine di fucilarlo immediatamente e ci volle l'inter­cessione del sacerdote don Mansueto Perrelli, per ridurre Garibaldi a più miti consigli, spiegandogli anche che si trat­tava di un poveretto via col cervello. E in ogni caso, per evita­re imboscate lungo la mulattiera che portava al mare, la pat­tuglia prese in ostaggio un figlio di Marsiglia, Domenico, liberato poi all'imbarco per Sapri».
Salite la scala del cortile interno fino al primo piano del porticato. Michelangelo appoggia la mano aperta su una por­ta di legno scuro raggrinzito dai secoli.
« È qui che è entrato Garibaldi, in questo appartamento».
Ma non si può vedere niente. L'abitazione è sbarrata: sono cinquant'anni che gli eredi hanno venduto tutti gli arredi o­riginali, compresa la poltrona su cui il condottiero appoggiò le intrepide natiche. E anche della lettera con cui successiva­mente ringraziò la famiglia per l'ospitalità non c'è più traccia da tempo.
Michelangelo non resiste alla tentazione di farti da guida fra i suoi vicoli. Ti porta davanti a una chiesa incredibile, de­dicata alla Anime del Purgatorio, in cui paganesimo e cristia­nità si fondono da oltre mille anni. Sulla volta d'ingresso, orientata est-ovest, sono allineati tutti i segni dello zodiaco, con la stilizzazione di un sole che sorge alla base est e un altro che tramonta su quella rivolta a ovest.
E poi ti mostra le scale esterne delle abitazioni. «Lo vede? Ogni casa ha la sua scala d'accesso. Erano questi i luoghi di socializzazione in paese. Terminati i lavori nei campi, ci si se­deva qui e si parlava, tutti lo facevano, non c'era un gradino libero a una cert'ora. E gli anziani raccontavano le storie a noi bambini».
Oggi, quasi settant'anni dopo, Michelangelo queste narrazioni le raccoglie nei suoi libri, come ha raccolto sedicimila parole tortoresi, per dare alla stampe il primo (e unico) vocabolario di dialetto locale. Una pietra enorme, portata a fatica in salvo sugli argini, prima che la corrente della globalizzazione tra­scini via ogni traccia di radice linguistica.
Come al solito la luce del sole è assolutamente tiranna. Al primo calare delle tenebre, devi lasciar lì tutto e correre pri­ma che il buio trasformi il tuo cavallo d'acciaio in un soma­rello di ferro e ghisa inutilizzabile.
Saluti veloce il Professore e tiri su lungo la litoranea pas­sando il confine fra Calabria e Basilicata. Vedi l'ultimo spic­chio di sole affondare nel Tirreno, proprio a strapiombo sulla Secca di Castrocucco, il porticciolo naturale fra le rocce della scogliera. Da lì Garibaldi s'imbarcò per Sapri, aggirando via mare la zona di Acquafredda, resa transitabile via terra solo molti decenni dopo, con l'apertura della galleria sotto una cresta rocciosa che arriva fin dentro al mare. Più in alto, verso la valle della Fiumarella, si sta accendendo una luna color crema, allegra e meravigliata, che a passi veloci conquista la scena lungo la striscia di mare che lambisce l'Isola di Dino e prosegue giù fino a Capo Scalea.
Hai trovato compagnia fino a Maratea.

Riccardo Finelli

da: “150 anni dopo. Viaggio ai quaranta all'ora sulle tracce di Garibaldi”  |  di Riccardo Finelli  |  Incontri Editrice Sassuolo  |  2010  | pagg. 149-152
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